BEPPE FENOGLIO
da La malora
Agostino, il protagonista dell’opera, ricorda la sua vita al Pavaglione
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Quasi tre anni sono restato al Pavaglione, e adesso ci manco da cinque mesi, ma mi sembra ieri sera che ci arrivai la prima volta, e al bordello del cane Tobia mi si fece incontro sull’aia e nel salutarmi mi tastava spalle e braccia per sentire se in quella settimana i miei non m’avevano lasciato deperire apposta.
Di chi proprio non posso lamentarmi è la donna di Tobia. Alla prima vista trovò che avevo l’aria brava e mi prese in stima e a benvolere. Mai una volta che abbia scorciato i capelli ai suoi figli senza farmi poi passar anche me sotto le forbici e la scodella, e tante sere d’inverno, dopo d’aver richiamato alla catena il cane alla larga nel bosco, entrava col lume nella stalla a vedere se ero ben coperto. E m’accudì anche meglio quando seppe che avevo un fratello che studiava da prete. Io che Tobia lo chiamavo per nome, a lei diedi sempre della padrona.
Lei e Tobia hanno tre figli. La prima si chiamava Ginotta, io non l’ho conosciuta tanto perché andò via sposa che io ero a casa sua da solo sei mesi: quando ci arrivai, già due sensali salivano per lei al Pavaglione. Non ho potuto conoscerla tanto Ginotta, ma è stato vivendo quel poco accanto a lei che mi son fatto un’idea di quel che avrebbe potuto valere in famiglia quella nostra sorella se la sua vita fosse durata, e mi sono persuaso che non sarebbe cambiato niente.
I due maschi, uno è un po’ più vecchio di me e l’altro un po’ più giovane. Con loro ci facevo quattro parole a testa al giorno, ma nessuno dei due m’ha mai trattato con prepotenza, forse perché sapevano bene che bastava una tempesta un po’ arrabbiata e un piccolo conto nella testa di loro padre per spedirli tutt’e due a far la mia medesima fine lontano da casa. Tant’è vero che delle volte Tobia gli comandava qualche lavoro mentre c’ero io lì magari con le mani in mano e loro se lo facevano senza neanche sognarsi di passarlo a me.
Per venire a Tobia, lui m’ha sempre trattato alla pari dei suoi figli: mi faceva lavorare altrettanto e mi dava tanto da mangiare. A lavorare sotto a Tobia c’era da lasciarci non solo la prima pelle ma anche un po’ più sotto, bisognava stare al passo di loro tre e quelli tiravano come tre manzi sotto un solo giogo. Almeno dopo tutta quella fatica si fosse mangiato in proporzione, ma da Tobia si mangia va di regola come a casa mia nelle giornate più nere. A mezzogiorno come a cena passavano quasi sempre polenta, da insaporire strofinandola a turno contro un’acciuga che pendeva per un filo dalla travata; l’acciuga non aveva già più nessuna figura d’acciuga e noi andavamo avanti a strofinare ancora qualche giorno, e chi strofinava più dell’onesto, fosse ben stata Ginotta che doveva sposarsi tra poco, Tobia lo picchiava attraverso la tavola, picchiava con una mano mentre con l’altra fermava l’acciuga che ballava al filo.
Dopo queste cene, Tobia pretendeva che dopo si cantasse; soffiava sul lume e diceva ai figli di cantare. Loro cantavano, e anche allo scuro s’indovinava che Tobia sorrideva come se gli si lisciasse il pelo. lo non potevo aggiungermi perché non sapevo nessuna delle loro canzoni, ma poi le imparai tutte perché così volle Tobia, me lo disse come il comando d’un lavoro sulla terra.
Tante di quelle volte, nella stalla, sul mio paglione, aspettando che mi si addormentasse la pancia perché potesse addormentarsi anche la testa, mi sono domandato se alla fine della mia annata non c’era pericolo di non toccar quei sette marenghi. E pensavo anche a come faceva Gínotta, che pativa la nostra stessa fame, ad avere quell’aspetto, che sembrava già una sposa del primo anno.
Venni presto in chiaro del perché lavoravano così da demoni e tiravano tanto la cinghia, da un discorso d’interesse che si fecero dietro la casa Tobia e suo figlio più vecchio.
lo ero lì per mio conto, che guardavo il rittano di Sant’Elena e aspettavo che da dentro mi chiamassero a mangiare, quando girano la casa Tobia e suo figlio Jano. Si sedettero sui talloni, il vecchio sputò in terra, il figlio sputò sul bagnato del padre, di nuovo sputò Tobia e di nuovo Jano.
Poi Tobia disse: «Siamo a una buona mira, Jano ».
« Ma se lo dicevi già quando m’hai messo al mondo! »
« Ti dico che adesso siamo a una buona mira. »
« E per quando sarebbe? »
« Tu adesso dovresti avere quasi diciannove anni. Be’, per quel giorno glorioso non sarai ancora un uomo. »
« Ma io sono un uomo già adesso! »
Tobia si mise a ridere: «Sì che sei già un uomo. Tu non sei mio figlio, sei il mio avvocato. Senti qui cosa ho io nella mia mente ». Ma proprio allora la padrona mise le mani all’inferriata della cucina e ci gridò d’entrare a mangiare. Tobia le urlò: ” Aspetta, bagascia. Stiamo parlando tra noi uomini ». E poi disse a Jano : « Ho in mente una dozzina di giornate, non di più, ma tutte a solatio, da tenere mezze a grano e mezze a viti. Con una riva da legna e anche un pratolino da mantenerci due pecore e una mula. Per concimarlo basterà la cenere del forno ».
« E dove sarebbe questa terra? »
Tobia si alzò sui ginocchi per tirare più comodo un peto e poi si riabbassò: «Mica qui, mica su questa langa porca che ti piglia la pelle a montarla prima che a lavorarla. Io me la sogno su una di quelle collinette chiare subito sopra Alba, dove la neve ha appena toccato che già se ne va ».
Quindi io sapevo i piani dei Rabino, e questo mi fece solo star male. Non me ne sarebbe fatto niente se con quel mio lavoro da galera io li avessi aiutati solo a togliersi la fame e il freddo, ma che mi pigliassero la pelle per arrivare a farsi roba loro proprio mentre a casa noi perdevamo il nostro bene tavola a tavola, questo mi mise l’invidia e un veleno nella mia stanchezza.
Per certo che per far quella riuscita Tobia non ne perdonava neanche mezza. Un giorno andiamo io e lui col carro giù a Trezzo a macinare. Al ritorno Tobia mi diede da pensare perché un bel po’ prima di casa mi venne accanto e dettomi: «Tornatene da solo che ormai sei buono » passò avanti con un’andatura che non gli avrei mai fatta. Quando arrivai per mio conto al Pavaglione e fermai il carro al cancello c’erano sull’aia i tre figli, talmente fissi all’uscio della cucina che neanche s’accorsero di me. Sull’aia e dentro la casa c’era tutto silenzio, salvo il suono della cinghia per aria e il suo botto sulla schiena della padrona. Poi Tobia uscì, la cinghia sempre in mano, venne a piantarsi in mira ai figli e dai giù a cinghiare: « Che vi diventi tossico nelle budelle! » urlava a ogni colpo «che vi diventi tossico nelle budelle! » finché gli mancò la voce, ma non il braccio per cinghiare ancora. Ebbene, nessuno dei tre che si torcesse o che si lamentasse, neanche Ginotta. Intanto loro l’avevano mangiato il coniglio, mentre noi eravamo giù al mulino, e Tobia era arrivato a prenderli solo più con gli ossi.
Padrone del Pavaglione era, e lo sarà ancora, un signore d’Alba, che aveva la più bella farmacia d’Alba; delle volte Tobia si vantava perfino lui che il suo padrone avesse la prima farmacia che ci fosse in Alba, eppure quando lo nominava lo chiamava padrone di merda e gli augurava una morte secca. Si lagnava soventissimo d’avercelo sempre addosso, e a me questo faceva strano perché in tutta quella mia prima annata al Pavaglione il padrone io lo vidi solo due volte: una giù ad Alba, che gli portammo un acconto della sua parte, e l’altra venne su lui in domatrice con un suo amico anche d’Alba, un avvocato. Era di febbraio, e avevano la scommessa se la neve andava via prima al Pavaglione oppure alla cascina di quell’avvocato. Dopo d’aver ben guardato, si fermarono a far merenda, la mezzadra gli portò pane e vino e quattro robiole una sopra l’altra, e loro le intaccarono tutte per trovare la più saporita ma poi finirono per piluccare a tutt’e quattro. Noialtri per la sorpresa avevamo smesso di far corbe per chiocce nella stalla e sull’uscio della cucina stavamo a guardarli, con gli occhi fuori della testa. Appena ripartiti sulla loro bella domatrice, Tobia si piantò in mezzo all’aia e si mise a bestemmiare un’esagerazione, che dopo un po’ io gli andai via da vicino e la padrona andò a scrollarlo per una spalla: « Basta, Tobia » gli disse « non ti piglia l’onta? ».
« Ah, io ho bisogno di farmi insegnar l’onta dalla donna! »
« Sii un po’ cristiano, guardati ogni tanto un po’ indietro. Bestemmi che fai schifo perché il padrone viene a trovarti una volta ogni morte di vescovo. Ma girati indietro e guardare quelli della Serra che il loro padrone non ha affari in città e così sotto il grano e sotto l’uve gli sta sui piedi per dei mesi .»
E Tobia: « Sentitela che si preoccupa per quelli della Serra. Preoccupati per la tua famiglia, o bagascia, perché tu non sai quanto n’abbiamo bisogno, col padrone che per niente viene su a mangiarci quattro robiole in una volta! » e si rimise giù a bestemmiare, per farla ancora star male.
Dopo cena sentii la padrona fare a sua figlia: « Ce l’hai il velo, Ginotta? Pigliamo la strada e andiamo a pregare noi due a Cappelletto. Se non chiediamo perdono noi per lui, c’è posto che stanotte nostro Signore ci mandi del male a noi o alla campagna ».
Tobia era giusto sull’uscio e le fece penare un po’ a passare, ma poi si schivò e disse loro dietro: « È suonata la campana, o due bagasce? ».
Beppe Fenoglio
da La Malora, Oscar Mondadori, Milano 1985 (I ed. Einaudi, 1952),pp. 39-45
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La storia di un disgraziato, quasi schiavo di altri disgraziati, nella faticosissima ed improba conduzione della campagne, proprietà di altri. Miseria nella miseria, una lotta tra poveri, dove il vivere quotidiano è violenza, disagio, sofferenza… senza speranza. Una scrittura cruda e diretta. Una storia che potrebbe essere la cronaca della vita dei nostri nonni, dei contadini e dei mezzadri ai primi del Novecento. Ognuna di queste storie ha fatto la “Storia”, quella ufficialmente raccontata, coperta dei paludamenti della retorica. Ma la Storia grande è fatta di tante piccole storie come questa, tragedie vere, autentiche, spessissimo ignorate, ma che hanno costruito, nel bne e nel male, il nostro presente.
Ancora un momento memorabile di prosa realistica, questo di Fenoglio proposto da Pasquale. Il brano è una metafora della violenza insita nel potere, di cui l’orfano Agostino è spettatore e testimone.
Qui infatti è rappresentato un modulo famigliare contadino-patriarcale tutt’altro che insolito ai tempi della narrazione, dove Tobia, pater familias e quindi “padre padrone”, incarna la brutalità del potere assoluto già a partire dalla cellula sociale elementare e basilare.
Nulla a che vedere col clima famigliare edificante e benedetto dell’ “Albero degli zoccoli” di Olmi.
Però anche qui, come là, è la donna l’archetipo dominante, la figura, tutta materna, che indica e salvaguarda la religione della pietas.
Non ho letto niente di Fenoglio e non lo conosco, ma questa pagina mi è piaciuta molto non per quello che l’autore scrive, ma per come lo scrive.
Questi racconti sulla vita contadina si assomigliano un po’ tutti e l’usanza di condire la polenta, unico cibo della giornata, con l’aringa appesa a un filo al soffitto era propria anche della nostra campagna ossia quella ferrarese. E poiché non venivano consumate le verdure ecco insorgere in molti individui la pellagra che è una forma di avitaminosi. Quando insegnavo un collega di lettere voleva far risalire la microcitemia – molto presente nelle nostre terre per l’alta presenza di zanzare anofeli che non riescono a far sviluppare il protozoo della malaria in globuli rossi piccoli – non so in che modo a questa dieta spartana.
Qui in Fenoglio la scrittura è estrosa e si nota tra le righe una raffinatissima conoscenza della lingua italiana. Credo proprio che mi farò portare qualche suo libro dalla biblioteca per conoscerlo meglio.
Neanch’io avevo mai letto niente di questo autore, e me ne rammarico perché scopro una scrittura essenziale, ma al tempo stesso capace di freddare con raffiche al cuore. Una proposta che stimola la mia curiosità, grazie.
Uno scenario duro per raccontare la vita dura che facevano le genti dei tempi andati, le famiglie contadine dove i figli erano amati in una maniera che a noi pare ” strana e diversa” : considerati al contempo braccia indispensabili e bocche ” in più” da sfamare. E sempre e comunque sottoposti, come tutti in casa, all’autorità del capofamiglia. Mi è sembrato di sentire nonna Natalina quando raccontava della miseria di allora, del suo lavoro nei boschi, di quando andava a far carbone coi figlioli attaccati alla gonnella, di quando dormiva sotto le stelle per sorvegliare la carbonaia, e di quella volta in cui ” le scappò” il fuoco e se la dette a gambe levate come una cerbiatta con la mia mamma ancora bambina dietro di corsa. Noi siamo nati in tempi già migliori benché difficili perché nel dopo-guerra la gente comune non viveva certo nell’agiatezza, le donne lavavano i panni ai lavatoi pubblici, freddo o caldo era lo stesso, l’acqua in casa non c’era nè per tutti c’era un focolare acceso…e i ragazzi di oggi forse non ci credono nemmeno che una volta la gente ha vissuto davvero così. Danno per scontato andare a scuola, avere da mangiare quando vogliono, loro per cui la ” merenda” non ha più nulla in comune con quel significato etimologico che probabilmente nemmeno conoscono. Ma così, invece, è stato. Io sono stata fra i privilegiati, sono stata coccolata, ho studiato e ho avuto sempre il necessario…ma il freddo che ho patito nessuno se lo può immaginare. E, ripeto, sono fra i fortunati. Una pagina bellissima, narrata in maniera ” concreta”, chiara, dura, lucida, sì da farti vedere e toccare con mano , da renderti spettatore partecipe e commosso. Dagli stati d’animo ai gesti più comuni tutto mi è piaciuto. Bellissima.
L’idea che anima questo blog è di proporre bellezza e verità, di dar voce a scrittori più o meno conosciuti ma capaci di creare emozioni, di dire l’ineffabile.