Perché Glosse alla vita
La vita è un testo che si dispiega in una sorta di libro, in cui convivono forme, suoni, colori, parole, azioni: per ognuno di noi, esseri caduchi, precari, transeunti. Tuttavia non sempre siamo in grado di leggere questo libro che pur ci appartiene. O forse non vogliamo. Eppure il libro c’è, sta lì, si arricchisce giorno per giorno, ci invita, ammicca… Se accade di leggerlo, può capitare di annotarlo: con riflessioni, constatazioni, opinioni. Glosse, se vogliamo usare una voce nobile e antica; glosse che qui sono espresse prevalentemente in poesia. GLOSSE ALLA VITA, dunque.
professore pasquale balestriere

Pasquale Balestriere

Questo blog è aperto a tutti i contributi ritenuti adeguati.

Cielo d’Alcamo, Rosa fresca, aulentissima…

CIELO D’ALCAMO

 

Rosa fresca aulentissima…

*

Ho ritenuto utile, per evitare difficoltà di comprensione ai molti seguaci del blog non italiani,  di trasporre in un linguaggio fedele, ma più attuale e comprensibile, questo testo poetico che risale alla prima metà del XIII sec. In tale operazione ho cercato di rendere il senso; non il ritmo né, tanto meno, le rime.

Tecnicamente quest’opera che viene proposta in lettura è un mimo giullaresco, stilato in forma di contrasto amoroso, vivace e sapido.

Sotto il profilo metrico, in ogni strofa  i primi tre versi sono  alessandrini monorimi, con il primo emistichio sempre sdrucciolo; gli altri due versi sono endecasillabi piami che rimano tra loro. (P. B.)

*
Legenda: A = Amante, M = Madonna

**

A. «Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state,
  le donne ti disiano,    pulzelle e maritate:
  tràgemi d’este focora,   se t’este a bolontate;
  per te non ajo abento notte e dia,
  penzando pur di voi, madonna mia».

(Rosa fresca, aulentissima   che appari verso l’estate,
le donne ti desiderano     giovani e maritate.
Toglimi da queste fiamme,   se vuoi;
per causa tua non ho pace né la notte né il giorno
pensando sempre e solo a voi, madonna mia.)

*

M. «Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.
  Lo mar potresti arompere,    a venti asemenare,
  l’abere d’esto secolo    tutto quanto asembrare:
  avere me non pòtteri a esto monno;
  avanti li cavelli m’aritonno».

(Se ti tormenti per me   sei solo un folle.
Potresti arare il mare,   seminare ai venti,
riunire nelle tue mani tutte le ricchezze della terra:
non potresti avermi  in questo mondo;
prima mi taglio i capelli (= mi faccio monaca.)

*
A.  «Se li cavelli artónniti,    avanti foss’io morto,
ca n issi si mi pèrdera    lo solaccio e ’l diporto.
Quando ci passo e véjoti,    rosa fresca de l’orto,
  bono conforto dónimi  tuttore:
  poniamo che s’ajúnga il nostro amore».

(Se ti fai monaca, prima foss’io morto,
che con quelli perderei  la gioia e la consolazione.
Quando passo di qui e ti vedo, rosa fresca del giardino,
mi dai sempre grande consolazione:
facciamo in modo che il nostro amore si unisca.)

*
M.
  «Che ’l nostro amore ajúngasi,    non boglio m’atalenti:
se ci ti trova pàremo    cogli altri miei parenti,
guarda non t’aricolgano   questi forti correnti.
  Como ti seppe bona la venuta,
  consiglio che ti guardi a la partuta».

(Che questo nostro amore si unisca non voglio che mi piaccia:
se qui ti trova mio padre con gli altri miei parenti
bada che non ti colgano costoro che sono veloci.
Poiché ti è andata bene la venuta,
ti esorto a stare attento alla partenza.)

*

A. «Se i tuoi parenti trovanmi,  e che mi pozzon fari?
 Una difensa mèttoci    di dumili’ agostari:
 non mi toccara pàdreto    per quanto avere ha ‘n Bari.
  Viva lo ‘mperadore, grazi’ a Deo!
  Intendi, bella, quel che ti dico eo?»

(Se i tuoi parenti mi trovano che mi possono fare?
Ci metto una difesa di duemila augustali:
Non mi toccherà tuo padre  per quante ricchezze che ha in Bari.
Viva l’imperatore, grazie a Dio!
Intendi, bella, quello che io dico?

*

M.  «Tu me no lasci vivere    né sera né maitino.
Donna mi so’ di pèrperi,    d’auro massamotino.
Se tanto aver donàssemi    quanto ha lo Saladino,
  e per ajunta quant’ha lo soldano,
  toccare me non pòteri a la mano».

(Tu non mi lasci vivere in pace né sera  né mattina.
Son donna di grande ricchezza, d’oro massamotino.
Se tu mi donassi tutte le ricchezze del Saladino
e in aggiunta quante ne ha il sultano,
tu non potresti neppure toccarmi la mano.)

*

A.  «Molte sono le femine    c’hanno dura la testa,
e l’omo con parabole    l’adímina e amonesta:
tanto intorno percàzzala    fin che l’ha in sua podesta.
  Femina d’omo non si può tenere:
  guàrdati, bella, pur de ripentere».

(Sono molte le donne che hanno la testa dura
ma l’uomo con le parole le domina e le persuade:
tanto intorno le dà la caccia finché non è in suo potere.
Una donna non si può difendere da un uomo:
bada, bella mia, di non dovertene  pentire.)

*

M.  «K’eo ne pur ripentéssende?   davanti foss’io aucisa
ca nulla bona femina   per me fosse riprisa!
Aersera passàstici,   correnno a la distisa.
  Aquístati riposa, canzonieri:
  le tue paràole a me non piaccion gueri».

( Che io me ne debba pentire? Possa io essere uccisa prima
che qualche donna onesta sia rièpresa a causa mia!
Ieri sera sei passato di qui più volte e a passo veloce.
Concediti riposo, canterino:
la tue parole non mi piacciono affatto.)

*
A.  «Quante sono le schiantora   che m’ha’ mise a lo core,
e solo purpenzànnome   la dia quanno vo fore!
Femina d’esto secolo  tanto non amai ancore
  quant’amo teve, rosa invidïata:
  ben credo che mi fosti distinata».

(Quanti sono gli schianti che m’hai messo in cuore,
anche solamente a ripensarci il giorno quando esco!
Mai in questa vita ho amato finora  una donna
quanto amo te, rosa invidiata:
credo bene che  mi fosti assegnata dal destino.)

*
M.
  «Se distinata fósseti,   caderia de l’altezze,
ché male messe fòrano   in teve mie bellezze.
Se tutto adiveníssemi,   tagliàrami le trezze,
  e consore m’arenno a una magione,
  avanti che m’artocchi ’n la persone».

(Se fossi destinata a te, scenderei troppo dalla mia altezza
poiché sarebbero mal affidate a te le mie bellezze.
Se tutto ciò mi accadesse, mi taglierei le trecce ,
e mi rendo suora in un convento
prima che mi tocchi nella persona.)

*
A.  «Se tu consore arènneti,   donna col viso cleri,
a lo mostero vènoci   e rènnomi confleri:
per tanta prova vèncerti   fàralo volontieri.
  Conteco stao la sera e lo maitino:
  besogn’è ch’io ti tenga al meo dimino».

( Se ti fai suora, donna dal viso luminoso,
io vengo al monastero e mi faccio frate:
per vincerti in così lunga prova lo farò volentieri.
Starò con te la sera e il mattino:
debbo averti ad ogni costo in mio potere.)

*
M.
  «Boimè tapina misera,   com’ao reo distinato!
Gieso Cristo l’altissimo del tutto m’è airato:
concepístimi a abàttare in omo blestiemato.
  Cerca la terra ch’este granne assai:
  chiú bella donna di me troverai».

(Ohimè, sventurata e infelice, che triste destino ho!
Gesù Cristo l’altissimo è proprio adirato con me:
mi hai creata per farmi imbattere in un uomo sacrilego.
Vai a cercare per la terra ch’è assai grande,:
troverai una donna più bella di me.)

*
A.  «Cercat’ajo Calabrïa,   Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli,   Genoa, Pisa e Soria,
Lamagna e Babilonïa   e tutta Barberia:
  donna non ci trovai tanto cortese,
  per che sovrana di meve te prese».

(Ho cercato in Calabria, Toscana e Lombardia,
Puglia,  Costantinopoli, Genova, Pisa, Siria,
Germania e Babilonia e tutta l’Africa settentrionale:
donna non vi trovai così amabile,
perciò ti ho scelta come mia sovrana.)

*
M.  «Poi tanto trabagliàstiti,    fàcioti meo pregheri,
che tu vadi adomànnimi   a mia mare e a mon peri.

Se dare mi ti degnano,   menami a lo mosteri,
  e sposami davanti da la jente;
  e poi farò le tuo comannamente».

(Per esserti dato tanta pena, ti rivolgo la mia preghiera
che tu vada a chiedermi in sposa a mia madre  e a mio padre.
Se si degnano di dàrmiti, conducimi al monastero,
e sposami davanti alla gente;
e dopo obbedirò ai tuoi comandi.)

Cielo  d’Alcamo

***

 

 

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