Perché Glosse alla vita
La vita è un testo che si dispiega in una sorta di libro, in cui convivono forme, suoni, colori, parole, azioni: per ognuno di noi, esseri caduchi, precari, transeunti. Tuttavia non sempre siamo in grado di leggere questo libro che pur ci appartiene. O forse non vogliamo. Eppure il libro c’è, sta lì, si arricchisce giorno per giorno, ci invita, ammicca… Se accade di leggerlo, può capitare di annotarlo: con riflessioni, constatazioni, opinioni. Glosse, se vogliamo usare una voce nobile e antica; glosse che qui sono espresse prevalentemente in poesia. GLOSSE ALLA VITA, dunque.
professore pasquale balestriere

Pasquale Balestriere

Questo blog è aperto a tutti i contributi ritenuti adeguati.

Un poeta per volta: Giangiacomo Amoretti

 

                                 GIANGIACOMO AMORETTI

 

Giangiacomo Amoretti è nato ad Imperia e vive a Genova, dove ha insegnato per molti anni Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università.
Ha scritto saggi sulla storia della critica letteraria, sulla poesia romantica, sulla letteratura ligure ottocentesca e novecentesca e sulla poesia italiana più recente. Con Giorgio Bàrberi Squarotti e Giannino Balbis ha curato una Storia e antologia della letteratura italiana in sei volumi per i licei (editore Atlas).

Ha pubblicato una silloge di poesie nel volume Tre poeti (Zaccagnino, 2004), cui hanno contribuito anche Giorgio Bàrberi Squarotti e Giannino Balbis. Successivamente ha dato alle stampe altre due raccolte di liriche: Come un canzoniere (Aracne, 2011), con la quale ha vinto il Premio Gozzano per la poesia 2015, e Schegge (Edizioni Divinafollia, 2020).

Altre poesie di Giangiacomo Amoretti sono apparse in diverse riviste in cartaceo e online.

Va detto che l’osservazione della vita da parte di questo poeta viene condotta con acutezza, lucidità e spirito critico; l’io poetante è attento ai tempi e ai modi della scrittura, che si snoda con una ricerca verbale dagli esiti spesso inediti, con pause, cesure, incisi a guidare il percorso di lettura e a suggerire l’interpretazione giusta.

 

 

Le nubi in cielo e i riccioli di spuma,
le linee oblique e i dilatati cerchi,
i tempi e i sogni, il vivere e il morire –

tutto questo oscillare, questo lento
franare nel silenzio, questi brevi
spasmi nell’aria – tremiti, fosfeni,

transiti d’ali senza un dove – e a tratti
come lo strazio di un sussurro, di una
parola buia, soffocata – e il lampo

di un’immagine – volto, rosa, icona –
per un attimo a splendere, a svelare
l’evidenza di un senso… Poi, più nulla.

*

Questo che è un sogno (appena
con le dita ne sfioro
nuvole e veli), ma
tu così viva, tanto
da parere vicina
a me che sto sognando (questo che
svapora sogno come nebbia quando
si schiara la prim’alba), e tu, pur diafana,
che non scompari ma
sorridi, qui…
Oh nulla,
nulla è perduto, se al risveglio ancora
le mie palpebre schiuse pur trattengono
un qualcosa di te,
minimo, un vago appena
lucore – questo estremo, questo fioco
pulviscolo del tuo
non delebile oro.

*

Il passato – ogni notte –
sfacelo ancora – volti
senza occhi – movenze,
come in danza, di ceneri – più densi

baluginii di braci
nella sterpaglia – e fumo,
fumo che avvolge frùtici
e dumi, gesti e

fughe nel bosco, transiti… Oh, il passato
non regge a tanto disgregarsi, è
fragile più che legno
roso dai tarli. Cede, si sfarina,

si sbriciola – se tu
soltanto lo riguardi.

*

Io senza me da sempre – io nulla – morto.
Colui che guarda e che non sa – colui
che affonda senza un grido e ancora annaspa.

Io de profundis, anima straziata,
da sé divisa e ancora a sé nemica –
irata e vinta, buia dentro il buio

disperata ed a speranza ancora
tutta  ravvinta.

*

Le radicole esili che si
diramano sotterra – linee-rughe
annodate in groviglio stretto – e

un volto, solo, che
le slega e le rilega,
le incerchia – come a

salvarle – a rialzarle
da qui e da morte – e
a ritracciarle, linea dopo linea,

punto per punto, fuori dall’orrore.

              ***********

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