Cielo d’Alcamo, Rosa fresca, aulentissima…
CIELO D’ALCAMO
Rosa fresca aulentissima…
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Ho ritenuto utile, per evitare difficoltà di comprensione ai molti seguaci del blog non italiani, di trasporre in un linguaggio fedele, ma più attuale e comprensibile, questo testo poetico che risale alla prima metà del XIII sec. In tale operazione ho cercato di rendere il senso; non il ritmo né, tanto meno, le rime.
Tecnicamente quest’opera che viene proposta in lettura è un mimo giullaresco, stilato in forma di contrasto amoroso, vivace e sapido.
Sotto il profilo metrico, in ogni strofa i primi tre versi sono alessandrini monorimi, con il primo emistichio sempre sdrucciolo; gli altri due versi sono endecasillabi piami che rimano tra loro. (P. B.)
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Legenda: A = Amante, M = Madonna
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A. «Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzelle e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia».
(Rosa fresca, aulentissima che appari verso l’estate,
le donne ti desiderano giovani e maritate.
Toglimi da queste fiamme, se vuoi;
per causa tua non ho pace né la notte né il giorno
pensando sempre e solo a voi, madonna mia.)
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M. «Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,
l’abere d’esto secolo tutto quanto asembrare:
avere me non pòtteri a esto monno;
avanti li cavelli m’aritonno».
(Se ti tormenti per me sei solo un folle.
Potresti arare il mare, seminare ai venti,
riunire nelle tue mani tutte le ricchezze della terra:
non potresti avermi in questo mondo;
prima mi taglio i capelli (= mi faccio monaca.)
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A. «Se li cavelli artónniti, avanti foss’io morto,
ca n issi si mi pèrdera lo solaccio e ’l diporto.
Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l’orto,
bono conforto dónimi tuttore:
poniamo che s’ajúnga il nostro amore».
(Se ti fai monaca, prima foss’io morto,
che con quelli perderei la gioia e la consolazione.
Quando passo di qui e ti vedo, rosa fresca del giardino,
mi dai sempre grande consolazione:
facciamo in modo che il nostro amore si unisca.)
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M. «Che ’l nostro amore ajúngasi, non boglio m’atalenti:
se ci ti trova pàremo cogli altri miei parenti,
guarda non t’aricolgano questi forti correnti.
Como ti seppe bona la venuta,
consiglio che ti guardi a la partuta».
(Che questo nostro amore si unisca non voglio che mi piaccia:
se qui ti trova mio padre con gli altri miei parenti
bada che non ti colgano costoro che sono veloci.
Poiché ti è andata bene la venuta,
ti esorto a stare attento alla partenza.)
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A. «Se i tuoi parenti trovanmi, e che mi pozzon fari?
Una difensa mèttoci di dumili’ agostari:
non mi toccara pàdreto per quanto avere ha ‘n Bari.
Viva lo ‘mperadore, grazi’ a Deo!
Intendi, bella, quel che ti dico eo?»
(Se i tuoi parenti mi trovano che mi possono fare?
Ci metto una difesa di duemila augustali:
Non mi toccherà tuo padre per quante ricchezze che ha in Bari.
Viva l’imperatore, grazie a Dio!
Intendi, bella, quello che io dico?
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M. «Tu me no lasci vivere né sera né maitino.
Donna mi so’ di pèrperi, d’auro massamotino.
Se tanto aver donàssemi quanto ha lo Saladino,
e per ajunta quant’ha lo soldano,
toccare me non pòteri a la mano».
(Tu non mi lasci vivere in pace né sera né mattina.
Son donna di grande ricchezza, d’oro massamotino.
Se tu mi donassi tutte le ricchezze del Saladino
e in aggiunta quante ne ha il sultano,
tu non potresti neppure toccarmi la mano.)
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A. «Molte sono le femine c’hanno dura la testa,
e l’omo con parabole l’adímina e amonesta:
tanto intorno percàzzala fin che l’ha in sua podesta.
Femina d’omo non si può tenere:
guàrdati, bella, pur de ripentere».
(Sono molte le donne che hanno la testa dura
ma l’uomo con le parole le domina e le persuade:
tanto intorno le dà la caccia finché non è in suo potere.
Una donna non si può difendere da un uomo:
bada, bella mia, di non dovertene pentire.)
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M. «K’eo ne pur ripentéssende? davanti foss’io aucisa
ca nulla bona femina per me fosse riprisa!
Aersera passàstici, correnno a la distisa.
Aquístati riposa, canzonieri:
le tue paràole a me non piaccion gueri».
( Che io me ne debba pentire? Possa io essere uccisa prima
che qualche donna onesta sia rièpresa a causa mia!
Ieri sera sei passato di qui più volte e a passo veloce.
Concediti riposo, canterino:
la tue parole non mi piacciono affatto.)
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A. «Quante sono le schiantora che m’ha’ mise a lo core,
e solo purpenzànnome la dia quanno vo fore!
Femina d’esto secolo tanto non amai ancore
quant’amo teve, rosa invidïata:
ben credo che mi fosti distinata».
(Quanti sono gli schianti che m’hai messo in cuore,
anche solamente a ripensarci il giorno quando esco!
Mai in questa vita ho amato finora una donna
quanto amo te, rosa invidiata:
credo bene che mi fosti assegnata dal destino.)
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M. «Se distinata fósseti, caderia de l’altezze,
ché male messe fòrano in teve mie bellezze.
Se tutto adiveníssemi, tagliàrami le trezze,
e consore m’arenno a una magione,
avanti che m’artocchi ’n la persone».
(Se fossi destinata a te, scenderei troppo dalla mia altezza
poiché sarebbero mal affidate a te le mie bellezze.
Se tutto ciò mi accadesse, mi taglierei le trecce ,
e mi rendo suora in un convento
prima che mi tocchi nella persona.)
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A. «Se tu consore arènneti, donna col viso cleri,
a lo mostero vènoci e rènnomi confleri:
per tanta prova vèncerti fàralo volontieri.
Conteco stao la sera e lo maitino:
besogn’è ch’io ti tenga al meo dimino».
( Se ti fai suora, donna dal viso luminoso,
io vengo al monastero e mi faccio frate:
per vincerti in così lunga prova lo farò volentieri.
Starò con te la sera e il mattino:
debbo averti ad ogni costo in mio potere.)
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M. «Boimè tapina misera, com’ao reo distinato!
Gieso Cristo l’altissimo del tutto m’è airato:
concepístimi a abàttare in omo blestiemato.
Cerca la terra ch’este granne assai:
chiú bella donna di me troverai».
(Ohimè, sventurata e infelice, che triste destino ho!
Gesù Cristo l’altissimo è proprio adirato con me:
mi hai creata per farmi imbattere in un uomo sacrilego.
Vai a cercare per la terra ch’è assai grande,:
troverai una donna più bella di me.)
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A. «Cercat’ajo Calabrïa, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,
Lamagna e Babilonïa e tutta Barberia:
donna non ci trovai tanto cortese,
per che sovrana di meve te prese».
(Ho cercato in Calabria, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Genova, Pisa, Siria,
Germania e Babilonia e tutta l’Africa settentrionale:
donna non vi trovai così amabile,
perciò ti ho scelta come mia sovrana.)
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M. «Poi tanto trabagliàstiti, fàcioti meo pregheri,
che tu vadi adomànnimi a mia mare e a mon peri.
Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri,
e sposami davanti da la jente;
e poi farò le tuo comannamente».
(Per esserti dato tanta pena, ti rivolgo la mia preghiera
che tu vada a chiedermi in sposa a mia madre e a mio padre.
Se si degnano di dàrmiti, conducimi al monastero,
e sposami davanti alla gente;
e dopo obbedirò ai tuoi comandi.)
Cielo d’Alcamo
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