Luigi Pulci, Incipit del Morgante

 

LUIGI PULCI

 

MORGANTE

(Cantare primo, 1-27)

(Luigi Pulci: un poeta vivace, brioso, scanzonato, estroso. Accattuvante. Non inganni l’incipit, un po’ biblico e canonico. P. B.)

1   In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e ’l Verbo Lui:
questo era nel principio, al parer mio,
e nulla si può far sanza Costui.
Però, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m’accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.

2   E tu, Vergine, figlia e madre e sposa
di quel Signor che ti dètte la chiave
del Cielo e dell’abisso e d’ogni cosa
quel dì che Gabriel tuo ti disse «Ave»,
perché tu se’ de’ tuoi servi pietosa,
con dolce rime e stil grato e soave
aiuta i versi miei benignamente
e ’nsino al fine allumina la mente.

3   Era nel tempo quando Filomena
con la sorella si lamenta e plora,
ché si ricorda di sua antica pena,
e pe’ boschetti le ninfe innamora,
e Febo il carro temperato mena,
ché ’l suo Fetonte l’ammaestra ancora,
ed appariva appunto all’orizonte,
tal che Titon si graffiava la fronte,

4   quand’io varai la mia barchetta prima
per obedir chi sempre obedir debbe
la mente, e faticarsi in prosa e in rima,
e del mio Carlo imperador m’increbbe;
ché so quanti la penna ha posti in cima,
che tutti la sua gloria prevarrebbe:
è stata questa istoria, a quel ch’io veggio,
di Carlo, male intesa e scritta peggio.

5   Diceva Leonardo già Aretino
che s’egli avessi avuto scrittor degno,
com’egli ebbe un Ormanno e ’l suo Turpino,
ch’avessi diligenzia avuto e ingegno,
sarebbe Carlo Magno un uom divino,
però ch’egli ebbe gran vittorie e regno,
e fece per la Chiesa e per la Fede
certo assai più che non si dice o crede.

6   Guardisi ancora a San Liberatore,
quella badia là presso a Menappello
giù nell’Abruzzi, fatta per suo onore,
dove fu la battaglia e ’l gran flagello
d’un re pagan, che Carlo imperadore
uccise, e tanto del suo popul fello,
e vedesi tante ossa, e tanti il sanno
che tante in Giusaffà non ne verranno.

7   Ma il mondo cieco e ignorante non prezza
le sue virtù com’io vorrei vedere.
E tu, Fiorenzia, della sua grandezza
possiedi e sempre potrai possedere:
ogni costume ed ogni gentilezza
che si potessi acquistare o avere
col senno, col tesoro e colla lancia,
dal nobil sangue è venuto di Francia.

8   Dodici paladini aveva in corte
Carlo, e ’l più savio e famoso era Orlando;
Gan traditor lo condusse alla morte
in Roncisvalle, un trattato ordinando,
là dove il corno e’ sonò tanto forte:
«dopo la dolorosa rotta quando…»,
nella sua Comedìa Dante qui dice,
e mettelo con Carlo in Ciel felice.

9   Era per pasqua, quella di Natale:
Carlo la corte avea tutta in Parigi:
Orlando, com’io dico, è il principale;
èvvi il Danese, Astolfo ed Ansuigi;
fannosi feste e cose trïunfale,
e molto celebravan san Dionigi;
Angiolin di Baiona ed Ulivieri
v’era venuto, e ’l gentil Berlinghieri.

10 Eravi Avolio ed Avino ed Ottone,
di Normandia Riccardo paladino,
e ’l savio Namo e ’l vecchio Salamone,
Gualtieri da Mulione, e Baldovino
ch’era figliuol del tristo Ganellone:
troppo lieto era il figliuol di Pipino,
tanto che spesso d’allegrezza geme,
veggendo tutti i paladini insieme.

11 Ma la Fortuna attenta sta nascosa
per guastar sempre ciascun nostro effetto.
Mentre che Carlo così si riposa,
Orlando governava in fatto e in detto
la corte e Carlo Magno ed ogni cosa;
Gan per invidia scoppia, il maladetto,
e cominciava un dì con Carlo a dire:
– Abbiàn noi sempre Orlando a obedire?

12 Io ho creduto mille volte dirti:
Orlando ha in sé troppa presunzione.
Noi siàn qui conti, re, duchi a servirti,
e Namo, Ottone, Uggieri e Salamone,
per onorarti ognun, per obedirti;
che costui abbia ogni reputazione
nol sofferrem, ma siam deliberati
da un fanciullo non esser governati.

13 Tu cominciasti insino in Aspramonte
a dargli a intender che fussi gagliardo
e facessi gran cose a quella fonte.
Ma se non fussi stato il buon Gherardo,
io so che la vittoria era d’Almonte;
ma egli ebbe sempre l’occhio allo stendardo,
che si voleva quel dì coronarlo:
questo è colui c’ha meritato, Carlo.

14 Se ti ricorda, già sendo in Guascogna,
quando e’ vi venne la gente di Spagna,
il popol de’ cristiani avea vergogna
s’e’ non mostrava la sua forza magna.
Il ver convien pur dir quando e’ bisogna:
sappi ch’ognuno, imperador, si lagna.
Quant’io per me, ripasserò que’ monti
ch’io passai in qua con sessantaduo conti.

15 La tua grandezza dispensar si vuole
e far che ciascuno abbi la sua parte;
la corte tutta quanta se ne duole:
tu credi che costui sia forse Marte? –
Orlando un giorno udì queste parole,
che si sedeva soletto in disparte:
dispiacquegli di Gan quel che diceva,
ma molto più che Carlo gli credeva.

16 E volle colla spada uccider Gano;
ma Ulivieri in quel mezzo si mise
e Durlindana gli trasse di mano,
e così il me’ che seppe gli divise.
Orlando si sdegnò con Carlo Mano,
e poco men che quivi non l’uccise;
e dipartissi di Parigi solo,
e scoppia e ’mpazza di sdegno e di duolo.

17 A Ermellina, moglie del Danese,
tolse Cortana, e poi tolse Rondello,
e inverso Brava il suo camin poi prese.
Alda la bella, come vide quello,
per abbracciarlo le braccia distese:
Orlando, che smarrito avea il cervello,
com’ella disse: – Ben venga il mio Orlando –
gli volle in su la testa dar col brando.

18 Come colui che la furia consiglia,
e’ gli pareva a Gan dar veramente:
Alda la bella si fe’ maraviglia.
Orlando si ravvide prestamente,
e la sua sposa pigliava la briglia,
e scese del caval subitamente;
ed ogni cosa diceva a costei,
e riposossi alcun giorno con lei.

19 Poi si partì, portato dal furore,
e terminò passare in Pagania;
e mentre che cavalca, il traditore
di Gan sempre ricorda per la via.
E cavalcando d’uno in altro errore,
in un deserto truova una badia,
in luoghi scuri e paesi lontani,
ch’era a’ confin tra’ Cristiani e’ Pagani.

20 L’abate si chiamava Chiaramonte:
era del sangue disceso d’Angrante.
Di sopra alla badia v’era un gran monte
dove abitava alcun fero gigante,
de’ quali uno avea nome Passamonte,
l’altro Alabastro, e ’l terzo era Morgante:
con certe frombe gittavan da alto,
ed ogni dì facevan qualche assalto.

21 I monachetti non potieno uscire
del monistero o per legne o per acque.
Orlando picchia, e non voleano aprire,
fin ch’ a l’abate alla fine pur piacque.
Entrato dentro, cominciava a dire
come Colui che di Maria già nacque
adora, ed era cristian battezato,
e come egli era alla badia arrivato.

22 Disse l’abate: – Il ben venuto sia.
Di quel ch’io ho, volentier ti daremo,
poi che tu credi al Figliuol di Maria;
e la cagion, cavalier, ti diremo,
acciò che non la imputi villania,
perché all’entrar resistenzia facemo
e non ti volle aprir quel monachetto:
così intervien chi vive con sospetto.

23 Quand’io ci venni al principio abitare,
queste montagne, ben che sieno oscure
come tu vedi, pur si potea stare
sanza sospetto, ché l’eran sicure;
sol dalle fiere t’avevi a guardare:
fernoci spesso di strane paure.
Or ci bisogna, se vogliamo starci,
dalle bestie dimestiche guardarci.

24 Queste ci fan più tosto stare a segno:
sonci appariti tre feri giganti,
non so di qual paese o di qual regno;
ma molto son feroci tutti quanti.
La forza e ’l mal voler giunta allo ’ngegno
sai che può il tutto; e noi non siàn bastanti:
questi perturban sì l’orazion nostra
ch’io non so più che far, s’altri nol mostra.

25 Gli antichi padri nostri nel deserto,
se le loro opre sante erano e giuste,
del ben servir da Dio n’avean buon merto;
né creder sol vivessin di locuste:
piovea dal ciel la manna, questo è certo;
ma qui convien che spesso assaggi e guste
sassi che piovon di sopra quel monte,
che gettano Alabastro e Passamonte.

26 Il terzo, che è Morgante, assai più fero,
isveglie e pini e’ faggi e’ cerri e gli oppi,
e gettagli insin qui, questo è pur vero:
non posso far che d’ira non iscoppi. –
Mentre che parlan così in cimitero,
un sasso par che Rondel quasi sgroppi,
che da’ giganti giù venne da alto,
tanto che e’ prese sotto il tetto un salto.

27 -Tìrati drento, cavalier, per Dio! –
disse l’abate – ché la manna casca. –
Rispose Orlando: – Caro abate mio,
costui non vuol che ’l mio caval più pasca:
veggo che lo guarrebbe del restio;
quel sasso par che di buon braccio nasca. –
Rispose il santo padre: – Io non t’inganno:
credo che ’l monte un giorno gitteranno. –

Luigi Pulci

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