IL POETA E IL CRITICO LETTERARIO: RUOLO E FUNZIONI

Una breve premessa per lanciare la discussione
Non mi piacciono i fronzoli e vado subito in medias res.
Il poeta non è (né può né deve essere) un uomo che sta fuori della realtà. Per lui niente torri d’avorio, ma il campo di battaglia della vita. Lì si vedrà il suo valore.
Ciò premesso, penso però che sia il caso di desistere una buona volta dal dire al poeta -come spesso capita e come se costui fosse una specie di deficiente- quello che deve o non deve fare, come deve o non deve scrivere. Uno che “sta” nella vita e che è passato attraverso un suo processo di formazione, studiando, apprendendo, riflettendo, amando, patendo, uno che possiede una sua sensibilità avrà pure un’idea della realtà che lo circonda e troverà da sé una sua strada, anche artistica, da percorrere con la necessaria convinzione; avrà -vivaddio- una sua autonomia creativa ed espressiva. Senza tutori e “consigliori”. Senza diventare clone di alcuno. Se è un vero poeta. Di altro qui non si discute.
Più in generale, io non riconosco allo scrittore altra strada e “responsabilità” che di essere se stesso, amare la libertà, vivere intensamente la vita, rispondere alla propria coscienza, seguire le proprie passioni e convinzioni, avere la percezione del bene comune, guardare con occhio scevro da pregiudizi altre posizioni, idee, voci, fermenti. Uno scrittore “responsabile” in questo senso sarà forse in grado di dare qualche risposta ( in lat., appunto, responsum). Perché uno scrittore che non dà risposte non è neppure uno scrittore. È niente. Per fare un esempio, anche Montale, pur nella sua protestata (e anche un po’ ostentata) avarizia (“Non chiederci la parola … Non domandarci la formula…”), qualche risposta, sebbene in negativo, ce la dà.
Quanto alla funzione del critico letterario, il quale deve esser nutrito di ampie e buone letture e in possesso di puntuali competenze specifiche e di solida formazione culturale, essa deve svolgersi, a mio parere, in due momenti: nel primo il critico sarà lettore a caccia di emozioni, curioso, fiducioso, attento, partecipe; perché un critico con la puzza sotto il naso, schifiltoso a prescindere, ristretto sotto il profilo della passione (come ce ne sono fin troppi), non potrà mai veramente capire una forma di espressione artistica, se non superficialmente. Già dal primo confronto con il testo comincia a prender vita la seconda fase, quella più specificamente esegetica e critica, più lucida e razionale, tesa ad anatomizzare qualsiasi testo letterario, cogliendone aspetti e momenti salienti e distintivi.
Pasquale Balestriere
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Caro Pasquale, dico la mia, come la sento e la vivo. Molti mi criticano perché mi ostino a scrivere in rima. Pensano e credono che lo faccia in modo artefatto, per proporre un modo poetico ora largamente tralasciato dai più. Io non mi ritengo un poeta, ma posso affermare in tutta onestà che per me viene più facikle scrivere in tima, con gli accenti giusti. La poesia , a mio modesto giudizio, come ogni forma artistica non è solo “figlia del suo tempo”, ma anche attinge al passato, a quel fiume di emozioni e figure, di descrizioni ed eventi, di sentimenti… insomma, che danno vita alla carta, che si imprimono a fuoco nel cuore e nella mente, con il loro significato più o meno evidente, ma sempre suggestivo, chespesso mritornano e riparlano con la loro voce e la loro musica. La musicalità della rima, la disposizione eufonica degli accenti è già per gran parte valore poetico. Questo non vuol dire – lo so bene – che tantissime altre forme di strutture poetiche e descrittive siano meno valide, anzi… Dico solo che per me, per l’assiduo ascolto della bella e profonda ed espressiva parola di mio padre Ferdinando, sono stato condizionato fin da bimbo a certe sonorutà, a certi ritmi, a certe figure. Quello che è importante – senza far troppi discorsi – è che ogni scritto, ogni composizione abbia un proprio carattere, una propria forza che può – o non può – aprire le porte dell’anima. Se leggendo io sento e mi emoziono e vivo, se rifletto in me stesso il verso o i versi che mi colpiscono e li faccio quasi miei, allora quella è, per me, vera poesia. Senza se e senza ma. Sono un po’ troppo facilone, vero? – Un caro saluto.
Sulla carta, il poeta e i critico letterario svolgono due compiti distinti. Il poeta risponde al proprio talento, il critico mette a partito l’entità e la qualità del suo bagaglio letterario. Ma la questione non è così semplice. Infatti il poeta per scrivere buone poesie deve avere, oltre che una sensibilità e un gusto superiori, anche una conoscenza linguistica, mentre il critico per giudicare un poeta dovrebbe avere, oltre a un valido bagaglio letterario statistico-comparativo, anche una propria sensibilità poetica. Il dibattito è tuttora aperto.
D’altra parte c’è in letteratura un esempio egregio di “poeta-critico”:
il più grande poeta italiano, Dante Alighieri, era anche un valente filologo. E per citare qualcuno più vicino a noi basta fare il nome di Giovanni Pascoli, letterato preparatissimo. Loro due sarebbero sicuramente stati anche degli ottimi critici letterari ma va da sé che è stata una fortuna che si siano occupati soltanto di poesia.
Caro Pasquale, ponderoso l’argomento della poesia. Butterò giù qualche idea alla rinfusa per non esimermi dal partecipare. In primis bisogna appurare cosa si intenda oggi per poesia. Ai tempi di mia madre non c’era persona un poco acculturata che non sapesse redigere un piccolo componimento in versi nella forma canonica tanto che alla fine di ogni pranzo conviviale spuntava sempre il sermoncino poetico a suggellare l’agape festosa.
I primi e i più esiziali colpi alla struttura granitica della poesia furono dati con l’introduzione del verso libero che originariamente consisteva nell’alternare nella stessa composizione versi di differente lunghezza ma sempre dotati degli accenti fonici tradizionali. D’Annunzio fece bellissime liriche di questo genere. Ma dato che la metrica non è poi facilissima c’è chi intese l’innovazione come completa libertà di accenti e lunghezza dei versi facendo perdere alla poesia la sua caratteristica fondamentale che è la musica. Dirò che io non sono una rigorosa fautrice dei testi in metrica perfetta però un piccolo cenno di melodia ci deve essere se no si ricade nella pura prosa. Da allora molti si sono riscoperti poeti i quali secondo un’immagine non mia ma che mi piace molto “pullulano come gli imenotteri”. Sì, perché la poesia è arte povera, basta una matita e un pezzo di carta e si può comporre mentre si fanno mille altre attività come cucinare o lavare i piatti. E poi la soddisfazione di sentirsi chiamare poeta per chi ha fatto a malapena la terza media. Una mia conoscente, quando era in pubblico, estraeva dalla borsetta carta e penna “per fermare un’idea” e mostrare a tutti che era una grande scrittrice. Copiava a man salva tanto che lei e un suo collega della stessa levatura si ritrovarono con due poesie quasi identiche perché avevano attinto entrambi, credo, ad una poesia di Prévert. E a proposito di mancanza di originalità ricorderò sempre una certa Stabellini di origini ferraresi che fece la parafrasi completa de “La quercia caduta” del Pascoli non tralasciando neanche la povera capinera che piange per il nido perduto. Però maliziosamente evitò sempre di mettere cinque parole di seguito uguali all’originale il che avrebbe configurato il plagio. Quello di cui ancor oggi non mi capacito è che il libro fu pubblicato a spese di non so quale Ente con l’encomio solenne del Vescovo. Nessuno che abbia detto, per carità di patria, all’anziana poetessa che era meglio togliere quel testo?
E così la poesia è andata degradando sempre più. La stessa pluricelebrata Merini compose testi musicali solo quando era sotto l’influenza di qualche suo amante poeta. Basta spostare un termine, fare un a capo in più o in meno, mettere un sinonimo e si rientra nel seminato: l’ho fatto diverse volte per gli amici ottenendo in cambio piccoli servigi importantissimi per me – come l’andarmi a prendere le medicine – che spesso è difficile ottenere anche pagando.
Per il resto io sono molto benevola verso i poeti della domenica, godono della funzione catartica di questa arte bistrattata e non fanno male a nessuno.
Per quanto riguarda la critica io non sono competente in materia: giudico adottando i criteri che io uso per scrivere ossia evitare le cacofonie, le ripetizioni ecc. Purtroppo molti critici provengono da un loro passato di poeti dell’ultima ora e quindi non apprezzano la metrica che forse non conoscono neppure e che giudicano idonea alle filastrocche per i bambini.
Quanto all’essenza dell’arte di Euterpe dirò come Tonino Guerra che era vera poesia il testamento di sua madre che lasciava in eredità le sue piante interrate in pentole sbrecciate.
Ho riletto ora quello che ho digitato al telefonino (una vera tortura per me, ché ho poca sensibilità alle dita… – tunnel carpale, mi hanno detto), e mi scuso per i refusi che mi sono scappati. Si potrebbe aggiungere a ciò che ho scritto sopra che la poesia, la vera poesia, è fragile e suscettibile, non vuol fronzoli, altrimenti ti si rivolta contro. Come una delicata farfalla, se la stringi troppo non vola più. Grazie della tua attenzione, e colgo l’occasione per fare a tutti quelli del gruppo i migliori Auguri di Buon Natale e Buon Anno, con la speranza che terminino i massacri a cui attualmente e giornalmente assistiamo.
Anch’io quando scrivo su questa pagina uso frasi stilisticamente poco corrette ma ciò è dovuto alla circostanza del dover far scorrere il testo nel poco spazio consentito dal commento per cui gli errori non risultano evidenti.
Vorrei invece aggiungere qualcosa sulla influenza a volte, a mio parere disastrosa, che alcuni critici hanno sugli autori. Prendiamo Mario Luzi, il melodiosissimo poeta della “Barca” – suo libretto d’esordio – fino al “Quaderno gotico”. Nella ristampa dei suoi primi lavori “Il giusto della vita” Luzi quasi si giustifica per il suo modo di scrivere per poi successivamente tentare altre strade formalmente meno corrette: spezza il verso, lo travisa con spostamenti sulla pagina, diventa più criptico e ottiene il successo. E si toglie però per sempre la possibilità di vincere il Nobel perché le sue liriche già difficili inizialmente diventano intraducibili in modo corretto. Però sembra che all’Estero siano i testi meno recenti ad essere ricordati. Ha fatto bene a cambiare? Certo perché la sua bravura è stata in modo tortuoso riconosciuta mentre forse altrimenti sarebbe rimasta nell’ombra. Infatti diciamocelo apertamente una volta data alle stampe la poesia diventa un prodotto commerciale come un altro ed è una serie di elementi estranei a fare vendere. Quasimodo non sarebbe Quasimodo senza Vettorini, la Merini non sarebbe la Merini senza la pretesa follia e gli amanti prestigiosi, Dino Campana non sarebbe Dino Campana senza il lato B della Morante. La pubblicità, il gossip servono anche per questa arte che sembrerebbe essere aliena dal materialismo. E un Luzi che ardeva in segreto d’amore per Cristina Campo non aveva niente da offrire alle cronache. Ha fatto bene certo in quanto è il risultato che conta ma forse ci ha privato di ineguagliabili capolavori.
La poesia, cara Carla, non è una questione commerciale anche se la sua “visibilità” passa inevitabilmente attraverso i premi, le vendite e, diciamocelo pure, il consenso della critica. E qui torniamo al punto sollevato da Pasquale : il poeta deve essere anche un critico e il critico deve essere anche poeta?
Alla prima domanda rispondo sì. Alla seconda rispondo no.
P.S. : Dino Campana è un poeta assoluto, come Omero, come Villon, e non ha bisogno di nessuno per esserlo, tanto meno del lato B della Morante ( o di chi per lei).
E bravo il mio Luciano che introduce il dibattito: sinora gli interventi si sono limitati a monologhi fine a se stessi. Non sono d’accordo con te: è la visibilità la nascita della poesia, il “venire alla luce”, la possibilità di essere condivisa con altri, cosa che non sempre avviene per la scarsa conoscenza, in questo campo, della maggioranza dei lettori. Sono stata insegnante di matematica nella scuola media inferiore e le mie colleghe di lettere non sapevano chi era Luzi e poco del Montale di “Meriggiare pallido e assorto”.
La poesia perché esplichi il suo valore deve essere conosciuta e per far ciò ci si affida al mezzo più comune : la pubblicità.
Dino Campana non era noto a nessuno se non agli addetti ai lavori ma quando la sua vita divenne il soggetto di un film non c’era complessino di provincia che non ne avesse musicato un testo.
La Merini ebbe la sua ribalta con il “Costanzo show” in quanto il conduttore televisivo amava circondarsi nelle sue trasmissioni di personaggi molto fuori dalle righe ossia, in poche parole, che facessero scalpore. Quindi se la poetessa dei Navigli è diventata celebre non altrettanto lo è Luisa Spaziani, a mio parere, molto superiore alla prima se non fosse altro per quel gioiellino di “Giovanna D’Arco” il cui profondo lirismo si rivela anche nei contenuti. Quando lo lessi stavo assistendo mia madre e mi affidavo a terzi anche per i prestiti in biblioteca. Quando mi portarono il libretto sulla Pulzella d’Orléans storsi il naso perché non ho mai avuta particolare simpatia per l’eroina francese. E invece fu amore a prima vista.
E a proposito della Spaziani ricordiamo “La traversata dell’oasi” che ebbe un travolgente successo superando in tre edizioni la vendita di duemila copie – normalmente al massimo ci si limita a 500 libri – mentre il minimo per un testo di prosa sono ventimila esemplari.
E per ribadire che anche per la poesia la pubblicità è l’anima del commercio ricorderò l’antologia proposta due anni orsono da Crocetti “Poesie da Spiaggia”
alla quale per aver un buon successo di vendita fu abbinato il nome di Jovannotti.
Quanti ai critici, penso che troppi non siano poeti nel senso che poco o niente masticano la metrica e quindi non sappiano recepire quella armonia di suoni che dovrebbe essere la base essenziale di ogni testo. Del resto non so assolutamente quali siano i criteri, le caratteristiche, i titoli di studio che contraddistinguono questa categoria di persone. Non certo quello di aver fatto da giurato in qualche concorso letterario. Ce n’è uno membro in diversi premi che scrive po’ accentato. E non è il solo. Attendo qualche risposta se no che dibattito è!
Mi dispiace che appaia il testo iniziale che era stato ampiamente corretto. Si vede che non è giornata. Comunque in linea di massima si capisce che cosa volevo esprimere anche se stilisticamente c’è molto da ridire.
Eccomi, Carla. Oggi è un periodo storico in cui abbondano i poeti e, naturalmente -o, se si vuole, di conseguenza- i critici letterari. Ma pochi degli uni e degli altri sono forniti degli strumenti e delle qualità necessarie per assolvere degnamente il compito cui si sono dedicati. Volendo restringere il discorso ai critici letterari, forse tu ti riferisci a quelli che pomposamente si ammantano di tale titolo solo perché componenti di giurie in concorsi o concorsini letterari. Lì, è vero, raramente trovi giudici all’altezza. Ma ci sono in Italia tanti critici letterari validi: li trovi prevalentemente tra i docenti universitari e delle scuole superiori, tra gli esperti e gliappassionati di poesia, tra gli stessi poeti. Per fare il critico letterario non sono necessari corsi scolastici e titoli di studio – anche se sono certamente utili e qualificanti- ma conoscenze, competenze e cultura, oltre a una buona dose di sensibilità artistica e di disponibilità alla lettura. Queste ultime, sì, decisive.