MATTEO MARIA BOIARDO
ORLANDO INNAMORATO
CANTO PRIMO
(str. 1-21)
*
Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quïeti, et ascoltati
La bella istoria che ’l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L’alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.
Non vi par già, signor, meraviglioso
Odir cantar de Orlando inamorato,
Chè qualunche nel mondo è più orgoglioso,
È da Amor vinto, al tutto subiugato;
Nè forte braccio, nè ardire animoso,
Nè scudo o maglia, nè brando affilato,
Nè altra possanza può mai far diffesa,
Che al fin non sia da Amor battuta e presa.
Questa novella è nota a poca gente,
Perchè Turpino istesso la nascose,
Credendo forse a quel conte valente
Esser le sue scritture dispettose,
Poi che contra ad Amor pur fu perdente
Colui che vinse tutte l’altre cose:
Dico di Orlando, il cavalliero adatto.
Non più parole ormai, veniamo al fatto.
La vera istoria di Turpin ragiona
Che regnava in la terra de Orïente,
Di là da l’India, un gran re di corona,
Di stato e de ricchezze sì potente,
E sì gagliardo de la sua persona,
Che tutto il mondo stimava nïente:
Gradasso nome avea quello amirante,
Che ha cor di drago e membra di gigante.
E sì come egli adviene a’ gran signori,
Che pur quel voglion che non ponno avere,
E, quanto son difficultà maggiori
La desiata cosa ad ottenere,
Pongono il regno spesso in grandi errori,
Nè posson quel che voglion possedere;
Così bramava quel pagan gagliardo
Sol Durindana e ’l bon destrier Bajardo.
Unde per tutto il suo gran tenitoro
Fece la gente ne l’arme asembrare,
Chè ben sapeva lui che per tesoro
Nè il brando, nè il corsier puote acquistare;
Duo mercadanti erano coloro
Che vendean le sue merce troppo care:
Però destina di passare in Franza,
Et acquistarle con sua gran possanza.
Cento cinquanta millia cavallieri
Elesse di sua gente tutta quanta;
Nè questi adoperar facea pensieri,
Perchè lui solo a combatter se avanta
Contra al re Carlo et a tutti guerreri
Che son credenti in nostra fede santa;
E lui soletto vincere e disfare
Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.
Lassiam costoro che a vella se ne vano,
Che sentirete poi ben la sua gionta;
E ritornamo in Francia a Carlo Mano,
Che e’ soi magni baron provede e conta;
Imperò che ogni principe cristiano,
Ogni duca e signore a lui se afronta
Per una giostra che aveva ordinata
Allor di maggio, alla pasqua rosata.
Erano in corte tutti i paladini
Per onorar quella festa gradita,
E da ogni parte, da tutti i confini
Era in Parigi una gente infinita.
Eranvi ancora molti Saracini,
Perchè corte reale era bandita,
Ed era ciascaduno assigurato,
Che non sia traditore o rinegato.
Per questo era di Spagna molta gente
Venuta quivi con soi baron magni:
Il re Grandonio, faccia di serpente,
E Feraguto da gli occhi griffagni;
Re Balugante, di Carlo parente,
Isolier, Serpentin, che fôr compagni.
Altri vi forno assai di grande afare,
Come alla giostra poi ve avrò a contare.
Parigi risuonava de instromenti,
Di trombe, di tamburi e di campane;
Vedeansi i gran destrier con paramenti,
Con foggie disusate, altiere e strane;
E d’oro e zoie tanti adornamenti,
Che nol potrian contar le voci umane;
Però che per gradir lo imperatore
Ciascuno oltra al poter si fece onore.
Già se apressava quel giorno nel quale
Si dovea la gran giostra incominciare,
Quando il re Carlo in abito reale
Alla sua mensa fece convitare
Ciascun signore e baron naturale,
Che venner la sua festa ad onorare;
E fôrno in quel convito li assettati
Vintiduo millia e trenta annumerati.
Re Carlo Magno con faccia ioconda
Sopra una sedia d’ôr tra’ paladini
Se fu posato alla mensa ritonda:
Alla sua fronte fôrno e’ Saracini,
Che non volsero usar banco, nè sponda,
Anzi sterno a giacer come mastini
Sopra a tapeti, come è lor usanza,
Sprezando sieco il costume di Franza.
A destra et a sinistra poi ordinate
Fôrno le mense, come il libro pone:
Alla prima le teste coronate,
Uno Anglese, un Lombardo et un Bertone,
Molto nomati in la Cristianitate,
Otone e Desiderio e Salamone;
E li altri presso a lor di mano in mano,
Secondo il pregio d’ogni re cristiano.
Alla seconda fôr duci e marchesi,
E ne la terza conti e cavalieri.
Molto fôrno onorati e’ Magancesi,
E sopra a tutti Gaino di Pontieri.
Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
Perchè quei traditori, in atto altieri,
L’avean tra lor ridendo assai beffato,
Perchè non era come essi adobato.
Pur nascose nel petto i pensier caldi,
Mostrando nella vista allegra fazza;
Ma fra sè stesso diceva: Ribaldi,
S’io vi ritrovo doman su la piazza,
Vedrò come stareti in sella saldi,
Gente asinina, maledetta razza:
Che tutti quanti, se ’l mio cor non erra,
Spero giettarvi alla giostra per terra.
Re Balugante, che in viso il guardava,
E divinava quasi i suo pensieri,
Per un suo trucimano il domandava,
Se nella corte di questo imperieri,
Per robba, o per virtute se onorava:
Acciò che lui, che quivi è forestieri,
E de’ costumi de’ Cristian digiuno,
Sapia lo onor suo render a ciascuno.
Rise Rainaldo, e con benigno aspetto
Al messagier diceva: Raportate
A Balugante, poi che egli ha diletto
De aver le gente cristiane onorate,
Ch’e’ giotti a mensa e le puttane in letto
Sono tra noi più volte acarezate;
Ma dove poi conviene usar valore,
Dasse a ciascun il suo debito onore.
Mentre che stanno in tal parlar costoro,
Sonarno li instrumenti da ogni banda;
Et ecco piatti grandissimi d’oro,
Coperti de finissima vivanda;
Coppe di smalto, con sotil lavoro,
Lo imperatore a ciascun baron manda.
Chi de una cosa e chi d’altra onorava,
Mostrando che di lor si racordava.
Quivi si stava con molta allegrezza,
Con parlar basso e bei ragionamenti:
Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,
Tanti re, duci e cavalier valenti,
Tutta la gente pagana disprezza,
Come arena del mar denanti a i venti;
Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Fe’ lui con gli altri insieme sbigotire.
Però che in capo della sala bella
Quattro giganti grandissimi e fieri
Intrarno, e lor nel mezo una donzella,
Che era seguita da un sol cavallieri.
Essa sembrava matutina stella
E giglio d’oro e rosa de verzieri:
In somma, a dir di lei la veritate,
Non fu veduta mai tanta beltate. (…)