Giangiacomo Amoretti, Alcune poesie

GIANGIACOMO AMORETTI

(Notizie biobibliografiche al post del  27 novembre 2022)

Alcune poesie

*

VI

È l’opaco malessere di chi
non sa di errore né di colpa e guarda
ora fuori di sé, gli occhi socchiusi,
ora, come tremando, in sé – né accusa

alcuno mai, né piange – e pur si interroga
su questa pena giorno dopo giorno.
E ora si affatica a dirla, ora
a negarla e di nuovo, esausto, a dirla:

né sa trovare le parole – e una
angoscia senza nome allora lo risòffoca.
Il tempo scorre su di lui lentissimo,
senza quasi sfiorarlo, come un flusso di ombre:

il passato una nuvola per lui remota e vaga;
uno specchio, il futuro, che lo rispecchia immobile.

*

VII

La pena, a lui, di esistere, la pena
remota, che non parla e che non brucia,
velata, non visibile, ma occulta
sempre, nell’ombra, fra coscienza e oblio –

e certa, come un peso che fa greve
a tratti ogni respiro – come una
inquietudine cupa nelle pause
del suo vivere, a sera, o quando all’alba

inizi, con fatica, il giorno – come
uno spàsimo breve, un soprassalto
fra sonno ancora e sonno – come di un
sapere inconfutato la spina aguzza che

lui serbi in sé da sempre – fin dentro al suo patire,
al suo chiuso guardare – al suo morire.

*

VIII

Né mai si placa in lui l’avida febbre
di riguardare intorno, con ansiosa
cautela: gesti e ombre, movimenti
e brusche apparizioni… il trasalire

di una tenda la sera, un balenio
di argento ai vetri – poi, di fuori, uno scurirsi
più cupo tra le foglie, esile e fermo il guizzo
di un lampo all’orizzonte – come se

celasse ogni parvenza, ogni moto, ogni tremito
un suo segreto, un senso non dicibile,
e guardare per lui non fosse che
un muoversi di qua e di là, spasmodico,

fra sonno e veglia, per tentare di
leggere il buio e decifrare il tempo.

*

IX

E questo ancora dire no (alla vita?
alla morte?), così accanito, le
labbra serrate, i pugni chiusi, come
soffocarlo, smorzarlo, se altro non

ribrucia tra le ceneri
e tutto intorno è
sasso e deserto – il cielo
plumbeo, l’anima stretta

ora nel ghiaccio – lui
si chiede – irato contro sé a tratti
e smaniando – come
tornare, anche soltanto

a respirare, a dire sì – lui muto –
domani, per un attimo?

*

X

Il corpo teso, all’erta, più acuito
lo sguardo e più febbrile, un’ansia che
si placa solo quando, sui tetti color cenere
dell’antica città, scende la sera. Una

luna come di cera pare allora che scivoli
tra gli oscuri velluti. Là una stella
che balùgina fioca… Per i vicoli
solitari trascorrono a momenti

refoli brevi; le ombre lungo i portici
oscillano, divagano più inquiete.
Così avanza la notte, a passo lieve,
come si entra nel sonno. Così accendersi

è da sempre già spegnersi. Conoscere
è già da sempre simile a un oblio.

Giangiacomo Amoretti

***

 

 

 

 

 

 

 

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9 risposte

  1. Una lucida autoanalisi, un guardarsi dentro, senza infingimenti assolutori per tentare dì trovare una qualche giustificazione alle difficoltà del vivere. Nella amara consapevolezza che il conoscersi può anche e soprattutto voler dire soffrire.

  2. Che dire? Al di là dell’ammirazione per la snellezza del verso che si snoda sul filo di una metrica libera, innovativa, ma purissima nella misura e nel ritmo, e della finezza delle immagini… c’è, qui, un’atmosfera che ti prende alla gola. Per questo poesie così non vorrei leggerne mai. Non perché non siano ” belle” come si usa dire di componimenti scritti bene, snelli e piacevoli all’orecchio, ma perché questo tipo di poesia viene da una sofferenza reale. E si sente. Non è il solito scritto sulla bellezza della natura, che vibra di emozioni positive e nasce da momenti di gioiosa contemplazione, o sull’amore non corrisposto o perduto che è spesso solo ” rimpianto della giovinezza” e ” ricordo” di una pena che si è ormai affievolita da tempo, o sulle comuni e generiche delusioni della vita, ma è una poesia scritta con le lacrime che stillano da ferite profonde e reali. Tutta la mia ammirazione ad Amoretti che ha dato anche questa volta una grande prova di sé.

  3. Fatte salve le differenze di tono e di tema, c’è una somiglianza fra la poesia di Giangiacomo e quella di Lidia.
    Metricamente rigorose e impeccabili, entrambe le scritture poetiche si dipanano lungo arcate sintattiche complesse, ampie e articolate, confacenti alla prosa narrativa o saggistica più che alla poesia. Questo, nel loro caso, non è un’improprietà stilistica ma una caratteristica peculiare del loro modo di far poesia.
    Sia la poesia di Lidia che quella di Giangiacomo infatti, hanno una caratura formale di alto livello.

      1. Gran poeta Amoretti. Profondo, denso, metrico, assolutamente originale nel trattare gli argomenti. Notevole l’intuizione lirica del narrare e narrarsi da fuori, con sguardo lucido.

  4. Belle poesie e inusuali al tempo d’oggi in cui la forma è un optional rispettato da pochissimi. Tuttavia bisogna rileggerle più volte perché la prima sensazione è un senso di soffocamento per quella lucidissima analisi del male di vivere che attanaglia tutti noi ossessionati dalla incombente presenza della morte. Solo in un secondo momento si notano le immagini suggestive, i passaggi inusuali, il dialogare in modo diverso su un argomento che tutti hanno trattato. Io personalmente, che vivo quotidianamente simili affanni e non ho bisogno di intristirmi ulteriormente, preferisco “La vispa Teresa”:

    1. solo per l’amica Carla in cambio di un sorriso
      .
      Scoop nel mondo della cultura
      Dai codici segreti dell’ “ARCHIVIO LOSCAZZO”emerge la “fonte” della ben nota poesia “ Voi che per li occhi mi passaste ‘l core” notoriamente attribuita a Guido Cavalcanti. Pare evidente dal sottostante documento che tale poesia non sia che il modesto rifacimento di un lavoro di ben più intenso pathos, frutto- così si ipotizza, ma la faccenda è ancora al vaglio degli studiosi- di un triplice abbandono, e da ricondursi alla sora Bice, fantesca-tuttofare e tutto-dare di casa Cavalcanti.
      .
      VERSIONE ORIGINALE di BICE CAVALCATA
      .
      Voi che a questi occhi vi mutaste in sore
      e repente scappaste all’abazzia
      guardate a tanta ambascia! In fede mia
      di feral brando mi distrugge Amore.
      ..
      Bertuccio che mi “ colse” in fra le more
      ci ha ripensato: è Madre Rosalia:
      Brunello mio è ‘na figlia di Maria
      e Cino è già novizia al Sacro Cuore!
      ..
      Ahi! Mutar via quando lo più è già fatto!
      tre marmocchi con gote grasse e rosse,
      gagliardi nel pappar! Pappar financo
      ..
      lo ciuco fritto, lo mulo, lo gatto!
      e lo caro zio Anselmo che la tosse
      schiantò e restò nell’orto duro e bianco.

      1. Grande Lidia, ti ringrazio per il gentile pensiero. Mi ci voleva anche se qualcosa nel sonetto non l’ho ben capita, tuttavia il sorriso ed anche il riso sorti immediatamente mi hanno rasserenato dopo tanta sofferenza. Possibile che Pasquale prediliga sempre poesie lacrimevoli? Cara Lidia, augurando a te e a tutti gli amici del blog una buona Pasqua invito la indefessa ricercatrice a ricomporre con tanto acume altri reperti dell’ARCHIVIO LOSCAZZO.

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