Francesco Berni , Alcune poesie

 

FRANCESCO BERNI

Nato a Lamporecchio (PT) nel 1497 o 1498  e morto a Firenze nel 1535 non senza sospetto di veleno, ebbe una vita molto movimentata e fuori dagli schemi. Fu poeta scanzonato e ironico, ma più spesso mordace e irridente, che incarnò un antipetrarchismo quasi feroce  con atteggiamento e linguaggio provocatoriamente antiletterari, fino al punto di creare uno stile caratteristico, detto appunto bernesco. Fu certo voce poetica sicura e robusta.

*

Alcune poesie

 

CAPITOLO DEL DILUVIO

 

Nel mille cinquecento anni vent’uno,
del mese di settembre a’ ventidue,
una mattina a buon’otta, a digiuno,

venne nel mondo un diluvio che fue
sì ruinoso che da Noè in là
a un bisogno non ne furon due.

Fu, come disse il Pesca, qui e qua;
io, che lo viddi, dirò del Mugello:
dell’altre parti dica chi lo sa.

Vulcano, Ischia, Vesuvio e Mongibello
non fecion a’ lor dì tanto fracasso:
disson le donne che gli era il fragello,

e che gli era il demonio e ‘l satanasso
e ‘l diavolo e ‘l nemico e la versiera
ch’andavon quella volta tutti a spasso.

Egli era terza e parea più che sera;
l’aria non si potea ben ben sapere
s’ell’era persa o monachina o nera;

tonava e balenava a più potere,
cadevon le saette a centinaia:
chi le sentì non le volea vedere.

Non campò campanile o colombaia;
in modo tal che si potea cantare
quella canzona che dice: «O ve’ baia».

La Sieve fece quel che l’avea a fare:
cacciossi inanzi ogni cosa a bottino,
menonne tal che non ne volea andare.

Non rimase pei fiumi un sol molino,
e maladetto quel gambo di biada
che non n’andasse al nemico del vino.

Chi stette punto per camparla a bada
arebbe poi voluto esser altrove,
ché non rinvenne a sua posta la strada.

Potria cantar cose alte e cose nove,
miracoli crudeli e sterminati,
dico più di otto e anco più di nove:

come dir bestie e uomini affogati,
quercie sbarbate, salci, alberi e cerri,
case spianate e ponti ruinati.

Di questi dica chi trovossi a i ferri;
io ne vo’ solamente un riferire,
et anco Dio m’aiuti ch’io non erri.

O buona gente che state a udire,
sturatevi li orecchi della testa,
ch’io dirò cosa da farvi stupire.

Mentre che gli era in ciel questa tempesta,
si trovorno in un fiume due persone:
or udirete cosa che fu questa.

Un fossatel che si chiama il Muccione,
per l’ordinario sì secco e sì smunto
che non immolla altrui quasi il tallone,

venne quel dì sì grosso e sì raggiunto
che costor duo, credendo esser da lato,
si trovorno nel mezzo a punto a punto.

Ivi ciascun di loro spaventato
e non vedendo modo di fuggire,
come sa ch’in tal casi s’è trovato,

vollono in sur un albero salire
e non dovette darne loro il core.
Io non so ben quel che volesse dire:

eron frategli e l’un, ch’era il maggiore,
abbracciò ben quel legno e ‘n su le spalle
si fé salir il suo fratel minore.

Quivi il Muccion e tutta quella valle
correvon ceppi e sassi aspri e taglienti:
tutta mattina dàlle, dàlle, dàlle.

Furno coperti delle volte venti,
e quel di sotto, per non affogare,
all’albero appoggiava il viso e’ denti.

Attendeva quell’altro a confortare,
ch’era per la paura quasi perso;
ma l’uno e l’altro aveva poco a stare,

ché bisognava lor far altro verso.
Se non che Cristo mandò lor un legno
che si pose a quell’albero attraverso:

quel dette loro alquanto di sostegno,
e non bisogna che nessun s’inganni,
ché ‘n altro modo non v’era disegno.

A quel di sotto non rimase panni:
uscinne pesto, livido e percosso,
et era in ordin come un san Giovanni.

Quell’altro anche devea aver poco indosso;
pur li parve aver tratto diciannove,
quand’egli fu dalla furia riscosso.

Questa è una di quelle cose nuove
ch’io m’arricordi aver mai più sentita,
né credo tal ne sia mai stata altrove.

Buone persone che l’avete udita
e pur avete fatto questo bene,
pregate Dio che vi dia lunga vita

e guardivi dal foco e dalle piene.

*

SONETTO CONTRA LA MOGLIE

Cancheri e beccafichi magri arrosto,
e magnar carne salsa senza bere;
essere stracco e non poter sedere;
aver il fuoco appresso e ‘l vin discosto;

riscuoter a bell’agio e pagar tosto,
e dar ad altri per dover avere;
esser ad una festa e non vedere,
e de gennar sudar come di agosto;

aver un sassolin nella scarpetta
et una pulce drento ad una calza,
che vadi in su in giù per istaffetta;

una mano imbrattata ed una netta;
una gamba calzata ed una scalza;
esser fatto aspettar ed aver fretta:

chi più n’ha più ne metta
e conti tutti i dispetti e le doglie,
ché la peggior di tutte è l’aver moglie.

*

SONETTO ALLA SUA DONNA

Chiome d’argento fino, irte e attorte
senz’arte intorno ad un bel viso d’oro;
fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,
dove spunta i suoi strali Amor e Morte;

occhi di perle vaghi, luci torte
da ogni obietto diseguale a loro;
ciglie di neve e quelle, ond’io m’accoro,
dita e man dolcemente grosse e corte;

labra di latte, bocca ampia celeste;
denti d’ebeno rari e pellegrini;
inaudita ineffabile armonia;

costumi alteri e gravi: a voi, divini
servi d’Amor, palese fo che queste
son le bellezze della donna mia.

*

CONTRA PIETRO ARETINO

Tu ne dirai e farai tante e tante,
lingua fracida, marcia, senza sale,
che al fin si troverà pur un pugnale
meglior di quel d’Achille e più calzante.

Il papa è papa e tu sei un furfante,
nodrito del pan d’altri e del dir male;
hai un pie’ in bordello e l’altro in ospitale,
storpiataccio, ignorante e arrogante.

Giovan Mateo e gli altri che gli ha appresso,
che per grazia de Dio son vivi e sani,
ti metteran ancor un dì in un cesso.

Boia, scorgi i costumi tuoi ruffiani
e se pur vòi cianciar, di’ di te stesso:
guàrdati il petto, la testa e le mani.

Ma tu fai come i cani,
che, dà pur lor mazzate se tu sai,
come l’han scosse, son più bei che mai.

Vergognati oramai,
prosontuoso, porco, mostro infame,
idol del vituperio e della fame,

ché un monte di letame
t’aspetta, manegoldo, sprimacciato,
perché tu moia a tue sorelle allato;

quelle due, sciagurato,
c’hai nel bordel d’Arezzo a grand’onore,
a gambettar: «Che fa lo mio amore?»

Di quelle, traditore,
dovevi far le frottole e novelle
e non del Sanga che non ha sorelle.

Queste saranno quelle
che mal vivendo ti faran le spese,
e ‘l lor, non quel di Mantova, marchese;

ch’ormai ogni paese
hai amorbato, ogni omo, ogni animale:
il ciel, Iddio, il diavol ti vol male.

Quelle veste ducale,
o ducali, acattate e furfantate,
che ti piangon in dosso sventurate,

a suon di bastonate
ti seran tolte, avanti che tu moia,
dal reverendo padre messer boia;

che l’anima di noia
mediante un bel capestro caveratti
e per maggior favor poi squarteratti;

e quei tuoi leccapiatti
bardassonacci, paggi da taverna,
ti canteran il requiem eterna.

Or vivi e ti governa;
ben che un pugnale, un cesso, o ver un nodo
ti faranno star queto in ogni modo.

Francesco Berni

***

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5 risposte

  1. La scrittura “bernesca” di questo autore, toscano fino al midollo, che si diletta a vituperare l’Aretino, la moglie come il maggiore dei mali, ma che sa anche scrivere un delicato sonetto d’amore mostra, nella diversificazione del soggetto trattato, una unità di stile che lo definisce e lo caratterizza. Una poesia “bernesca”, appunto, che produce un particolare e inconfondibile modo di poetare: vitale, spontaneo, freschissimo, in definitiva originalissimo.

  2. Grazie, Pasquale, per aver postato qualcosa di allegro. Il mio ricordo del Berni è legato ad una mula dispettosa, retaggio delle antologie scolastiche che però pubblicano i testi tutti in formato ridotto. Qui, sebbene qualche termine non l’abbia compreso, mi sono divertita ammirando questo geniaccio in quanto far ridere è molto più difficile che far piangere. Peccato che tutti non la pensino come me perché molti autori di questi gioiellini sono misconosciuti come quel Alfredo Testoni autore del “Cardinale Lambertini” i cui “Sonetti della Sgnera Cattareina” sono un vero capolavoro che io cerco di rintracciare da anni senza riuscirvi. Se qualcuno li conoscesse si faccia vivo.

  3. Berni è un poeta satirico-burlesco di valore: intelligente e arguto, irriverente e mordace.
    Rispetto a un Angiolieri o a un Aretino gli manca però il verso asciutto e bruciante, folgorante, magari rozzo ma squisitamente volgare, plebeo.
    La sua sintassi è letteraria, piuttosto articolata e composita, da trattatista più che da troviere giocoso.
    Insomma spesso ( ma nemmeno sempre) indugia, si dilunga e si incarta, là dove dovrebbe essere breve, rapido, incisivo.

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