CIELO D’ALCAMO
Rosa fresca aulentissima
SECONDA E ULTIMA PARTE
A: Amante – M: Madonna
A. «Di ciò che dici, vítama, neiente non ti bale,
ca de le tuo parabole fatto n’ho ponti e scale.
Penne penzasti mettere, sonti cadute l’ale;
e dato t’ajo la bolta sottana.
Dunque, se poti, tèniti villana».
(Di ciò che dici, vita mia, niente ti serve
ché delle tue parole neppure me ne ricordo.
Hai pensato di volar via, ti sono cadute le ali;
e ti ho dato il colpo di grazia.
Dunque, se puoi, continua ad essere scortese.)
*
M. «En paura non mettermi di nullo manganiello:
istòmi ’n esta grorïa d’esto forte castiello;
prezzo le tuo parabole meno che d’un zitello.
Se tu no levi e va’tine di quaci,
se tu ci fosse morto, ben mi chiaci».
(Non provare a mettermi paura con qualche catapulta:
io sto nella gloria di questo forte castello;
stimo le tue parole meno di quelle d’un bambino.
se non ti levi e te ne vai di qua,
sarei molto contenta se ti uccidessero.)
*
A. «Dunque vorresti, vítama, ca per te fosse strutto?
Se morto essere débboci od intagliato tutto,
di quaci non mi mòssera se non ai’ de lo frutto
lo quale stao ne lo tuo jardino:
disïolo la sera e lo matino».
(Dunque vorresti, vita mia, che io fossi ucciso per causa tua?
Se anche debbo essere ucciso o tutto sfregiato,
di qua non mi muoverei se non ho (=avrò) il frutto
che sta nel tuo giardino:
lo desidero la sera e il mattino.)
*
M. «Di quel frutto non àbbero conti né cabalieri;
molto lo disïarono marchesi e justizieri,
avere no’nde pòttero: gíro’nde molto feri.
Intendi bene ciò che bolio dire?
Men’este di mill’onze lo tuo abere».
(Quel frutto già non ebbero conti né cavalieri:
molto lo desiderarono marchesi e giudici,
e non ne poterono avere: se ne andarono molto adirati.
Intendi bene ciò che voglio dire?
I tuoi averi valgono meno di mille once.)
*
A. «Molti so’ li garofani, ma non che salma ’nd’ài:
bella, non dispregiàremi s’avanti non m’assai.
Se vento è in proda e gírasi e giungeti a le prai,
arimembrare t’ao este parole,
ca dentr’a ’sta animella assai mi dole».
(Molti sono i chiodi di garofano ma non tanti che tu n’abbia una salma:
bella, non disprezzarmi se prima non m’assaggi.
Se il vento di prua si gira e ti spinge alla spiaggia,
ti devo ricordare queste parole,
perché dentro la mia animuccia provo molto dolore.)
*
M. «Macara se doléseti che cadesse angosciato:
la gente ci corressoro da traverso e dallato;
tutt’a meve dicessono: “Acorri esto malnato!”
Non ti degnara porgere la mano
per quanto avere ha ’l papa e lo sodano».
(«Se anche tu provassi tanto dolore da cadere tramortito:
e la gente corresse da una parte all’altra;
e tutti mi dicessero “Soccorri questo sciagurato”!
non mi degnerei neppure di porgerti la mano,
per quante ricchezze possiedono il papa e il sultano.)
*
A. «Deo lo volesse, vitama, te fosse morto in casa!
L’arma n’anderia cònsola, ca dí e notte pantasa.
La jente ti chiamàrano: ’Oi perjura malvasa,
c’ha’ morto l’omo in càsata, traíta!’
Sanz’eo nni colpo, lèvimi la vita».
(Dio volesse, vita mia, che io fossi morto in casa tua!
Ne andrebbe consolata l’anima, che farnetica giorno e notte.
La gente ti griderebbe: “O spergiura malvagia,
hai ucciso un uomo in casa tua, traditrice!
Mi uccidi senza che io ne abbia colpa.)
*
M. «Se tu no levi e va’tine co la maladizione,
li frati miei ti trovano dentro chissa magione.
[…] be·llo mi soffero pèrdinci la persone,
ca meve se’ venuto a sormonare;
parente néd amico non t’ha aitare».
(Se tu non ti allontani e te ne vai, che il malanno ti colga,
i miei fratelli ti trovano dentro questa casa
[…]ben sopporto, tu ci perdi la vita
perché sei venuto qui per sedurmi;
né un parente né un amico ti deve aiutare.)
*
A. «A meve non aítano amici né parenti:
istrani’ mi so’, càrama, enfra esta bona jente.
Or fa un anno, vítama, che ’ntrata mi se’ ‘n mente.
Di canno ti vististi lo maiuto,
bella, da quello jorno so’ feruto».
(Non mi aiutano amici né parenti:
sono uno straniero, mia cara, tra questa brava gente.
È già un anno, vita mia, che sei entrata nella mia mente.
Da quando hai indossato il maiuto [veste modesta],
bella, da quel giorno sono stato ferito.)
*
M. «Di tanno ’namoràstiti, tu Iuda lo traíto,
como se fosse porpore, iscarlato o sciamito?
S’a le Vangele júrimi che mi sï’ a marito,
avere me non pòter’a esto monno:
avanti in mare jíttomi al perfonno».
(Da allora ti sei innamorato, tu Giuda traditore,
come se fosse porpora, scarlatto o sciamito?
Se anche tu mi giuri sul Vangelo che mi sposi,
non puoi avermi in questo mondo:
piuttosto mi butto nel profondo del mare.)
*
A. « Se tu nel mare gíttiti, donna cortese e fina,
dereto mi ti mísera per tutta la marina,
[e da] poi c’anegàsseti, trobàrati a la rena
solo per questa cosa adimpretare:
conteco m’ajo aggiungere a peccare».
(Se tu ti getti in mare, donna nobile e raffinata
io ti verrò dietro per tutta la distesa marina,
e, dopo che sarai annegata, ti troverò sulla spiaggia
solo per compiere questa cosa:
devo congiungermi con te per peccare.)
*
M. «Segnomi in Patre e ’n Filïo ed i[n] santo Mat[t]eo:
so ca non se’ tu retico [o] figlio di giudeo,
e cotale parabole non udi’ dire anch’eo.
Morta si [è] la femina a lo ’ntutto,
pèrdeci lo saboro e lo disdotto».
(Mi segno nel nome del Padre, del figlio e di san Matteo:
so che non sei eretico né figlio di giudeo,
eppure simili parole mai ho udito dire.
Se la donna è morta, in tutto
ci perdi il gusto e il piacere.)
*
A. «Bene lo saccio, càrama: altro non pozzo fare.
Se quisso non arcòmplimi, làssone lo cantare.
Fallo, mia donna, plàzzati ché bene lo puoi fare.
Ancora tu no m’ami, molto t’amo,
sí m’hai preso come lo pesce a l’amo».
(Lo so bene, cara mia: non posso fare altro.
Se qui non esaudisci il mio desiderio, smetto di cantare.
Fallo, mia signora, ti piaccia, poiché ben lo puoi fare.
Anche se tu non mi ami, io ti amo molto;
mi hai preso come un pesce all’amo.)
*
M. « Sazzo che m’ami, àmoti di core paladino.
Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t’amo e fino.
Quisso imprometto sanza faglia:
te’ la mia fede che m’hai in tua baglia».
(Lo so che mi ami, e io ti amo con cuore nobile,
Ora alzati e vattene, torna qui domani mattina.
Se fai per me ciò che dico, ti amerò con cuore buono e gentile.
Questo ti prometto senza fallo:
eccoti la mia parola, mi hai in tua balìa).
*
A. « Per zo che dici, càrama, neiente non mi movo.
Inanti prenni e scànnami: tolli esto cortel novo.
Esto fatto far pòtesi inanti scalfi un uovo.
Arcompli mi’ talento, amica bella,
ché l’arma co lo core mi si ’nfella».
(Per quello che dici, mia cara, non mi muovo per niente.
Piuttosto prendi e scannami, afferra questo coltello nuovo.
Questa cosa si può fare prima che scaldi (=cuoci) un uovo.
Esaudisci il mio desiderio, amica bella,
poiché l’anima con il cuore mi si intristisce.)
*
M. «Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangelïe, che mo ti dico ’Jura’,
avere me non puoi in tua podesta;
intanti prenni e tagliami la testa».
(Lo so bene, l’anima ti duole, come quando si ha sete.
Questa cosa non si può realizzare in alcun altro modo:
se non hai il Vangelo affinché io dica “Giura”,
non puoi avermi in tuo potere;
piuttosto prendimi e tagliami la testa.)
*
A. « Le Vangelïe, càrama? ch’io le porto in seno:
a lo mostero présile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro júroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in suttilitate».
(Il Vangelo, mia cara? Ce l’ho in tasca:
l’ho sottratto in chiesa (il prete non c’era).
Su questo libro ti giuro di non tradirti mai.
Esaudisci il mio desiderio, per favore,
poiché l’anima mia se ne sta andando in consunzione.)
*
M. « Meo sire, poi juràstimi, eo tutta quanta incenno.
Sono a la tua presenzïa, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissa cosa n’è data in ventura».
(Mio signore, poiché hai giurato, io tutta ardo d’amore.
Son qui, davanti a te, non mi difendo più da voi.
Se ti ho disprezzato, perdono! mi arrendo a voi.
Andiamo subito a letto,
poiché questa cosa ci è stata data in sorte.)
Cielo d’Alcamo
***
7 risposte
Bene ha fatto Pasquale a completare lo spumeggiante dialogo amoroso di Cielo d’Alcamo che, dopo alti e bassi, finisce in gloria.
D’altra parte nei reperti degli albori della lingua italiana, ci sono vere perle di poesia.
Come questa esortazione amorosa duecentesca, ballata di settenari mirabile per freschezza e purità verbale:
Pàrtite amor, adeo,
ché tropo çe se stato.
Lo maitino è sonato,
çorno me par che sia.
Pàrtite, amor, adeo,
che non fossi trovato
in sí fina cellata
como nui semo stati.
Or me bassa, oclo meo —
tosto sia l’andata,
tenendo la tornata
como d’inamorati;
sí che per spesso usato
nostra çoglia renovi,
nostro stato non trovi
la mala çelosia.
Pàrtite, amore, adeo,
e vene tostamente,
ch’ona toa cossa t’aço
pareclata in presente.
“Freschezza e purità verbale” che esaltano, caro Luciano, situazioni amorose, magari anche un po’ grassocce, da tener segrete a tutti i costi. Capostipite, ma di altro amore, il Catullo del “Vivamus, mea Lesbia…” con quel che segue.
Il completamento di Cielo d’Alcamo si chiude in… discesa, con sempre più pruriginose e divertenti schermaglie, come si addice ad una tenzone d’amore. Il vorrei… non vorrei della donna e le implorazioni alquanto esagerate e struggenti del futuro amante producono un contrasto davvero godibile. Fino ad intravedere e supporre il desiato epilogo.
Per quanto postato da Luciano ho tentato velocemente una trasposizione in lingua, che renda accessibile anche a chi non conosce il dialetto bolognese, il succo di questo altro piccolo capolavoro. Senza pretesa di assoluta fedeltà: né alla bellezza dell’originale né alla sua lettera.
Ora va via, amore
ché troppo sei restato
del mattino son l’ore
e il giorno è già tornato.
Vattene senza indugio
sicché non si discopra
questo nostro rifugio
che ancor per noi s’adopra.
Degli occhi miei sei luce,
un altro bacio ancora,
ché già ci riconduce
al nostro amore l’ora,
e ancor più spesso, insieme,
mai nascerà nel cuore
di gelosia un seme
per questo nostro amore.
Amore, dunque, vai,
ritorna a me, di fretta,
per te già preparai
un dono che ti aspetta.
Dal cervello, alle mani, alla penna: Lido trasporrebbe in versi anche la Bibbia! Con la consueta bravura.
Troppo buono, Pasquale. Lo faccio perché mi diverto. Per colorare un poco i miei giorni da infermo… grazie ancora.
Rimatore di razza, Lido riscrive la ballata amorosa medioevale in quartine di settenari a stretta rima alternata, là dove il testo originale spesso derogava dall’obbligo di rima.
Semplicemente deliziosa.
Bravo Lido!
Grazie Luciano. Ogni tanto val bene… uno scherzo!